Una lettura della povertà in Veneto durante la crisi economica


Ormai molti studi documentano di un peggioramento negli ultimi anni degli indicatori di povertà ed esclusione sociale (di recente Istat, Rapporto Annuale 2014) come conseguenza degli effetti prolungati sull’economia reale della più grave e profonda crisi economica dal dopoguerra ad oggi.

Il deterioramento delle condizioni del mercato del lavoro unito ad un aumento della tassazione e alla restrizione delle condizioni di accesso al credito hanno agito negativamente su reddito e consumi familiari incrementando il rischio di trovarsi in condizioni di scarsa disponibilità di risorse economiche, di privazione materiale e di marginalità.

Prendendo a riferimento l’indicatore target della strategia Europa 2020 per monitorare l’andamento del rischio di povertà ed esclusione sociale (per il calcolo si ricorre all’indagine campionaria annuale EU-SILC) si evidenzia come in effetti l’indice per l’Italia sia, nell’arco di un biennio (tra 2011 e 2012), passato dal 24,5% al 29,9%. Questo significa che quasi un individuo su tre vive in famiglie esposte al rischio di povertà ed esclusione sociale.

È interessante notare come la dinamica regionale sia apparsa molto più contenuta rispetto alla vera e propria esplosione osservata a livello nazionale. La prima figura mette a confronto le due tendenze. Premesso che l’esposizione al rischio di povertà ed esclusione sociale degli individui in Veneto è di gran lunga inferiore alla media nazionale (oltre 10 punti percentuali), l’incidenza regionale sale dal 14,1% del 2009 al 15,9% del 2011 per poi stabilizzarsi nel 2012.

Fig.1.1

Vediamo quindi di provare a capire cosa è successo in Veneto. Innanzitutto si ricorda che l’indicatore del rischio di povertà ed esclusione sociale è in realtà la sintesi di tre differenti misure della povertà:

(1) il “rischio povertà”, che da conto di una misura relativa di povertà basata sul livello del reddito equivalente familiare;

(2) la “severa deprivazione materiale”, che si avvicina di più ad una condizione assoluta di povertà o meglio di privazione, misurata su un set di 9 categorie di disagio;

(3) la “bassa intensità di lavoro”, che si lega strettamente al grado di partecipazione al mercato del lavoro dei componenti della famiglia e individua una potenziale situazione di marginalità.

La presenza di almeno uno dei tre disagi è sufficiente a definire un individuo a rischio di povertà e di esclusione sociale. L’analisi quindi dell’evoluzione distinta dei tre indicatori ci consente di far luce su alcuni punti e di individuare possibili spiegazioni. È quanto proposto nella seconda figura.

Fig.1.2

Si nota da subito l’andamento piatto e costante dell’indicatore di severa deprivazione segno di stabilità nella percezione di forme di disagio quali il non riuscire a sostenere spese impreviste, l’essere in arretrato con i pagamenti o non riuscire a riscaldare adeguatamente l’abitazione. Dall’altro lato si osserva l’incremento costante del rischio di povertà relativa, segno di un peggioramento delle condizioni reddituali di alcune famiglie (il potere d’acquisto delle famiglie è calato in media di circa 1.200 euro tra 2009 e 2012) e di un incremento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi (l’indicatore di Gini passa, infatti, dallo 0,28 del 2009 allo 0,32 del 2012).

Spicca, tuttavia, l’andamento apparentemente “anomalo” dell’indicatore legato alla condizione occupazionale. Dopo un livello minimo raggiunto nel 2009 (4%), si sale sopra il 6% nel 2010 e nel 2011 per poi scendere all’intermedio 5% del 2012. In realtà se questo andamento viene confrontato con la dinamica dell’occupazione e della disoccupazione regionale alcuni dubbi si dipanano.

Si ricorda che l’intensità di lavoro è calcolata sulla base dei mesi lavorati dai componenti della famiglia durante l’anno di riferimento dei redditi, precedente l’intervista. L’aver lavorato solo pochi mesi o il non aver lavorato espone la famiglia al rischio di bassa intensità di lavoro. Per consentire un confronto con i due indicatori riferiti al mercato del lavoro è necessario riportare l’indicatore indietro di un anno, facendolo coincidere con l’anno effettivo in cui si monitora la condizione occupazionale.

La terza figura mostra come sia stretto il legame tra crescita occupazionale e alta intensità di lavoro. Nella prima fase della recessione (2009-2010), ad un calo dell’occupazione corrisponde una crescita dell’indicatore di bassa intensità lavorativa; il parziale recupero del 2011 spinge in giù l’indicatore.

Fig.1.3

Due situazioni differenti si sono osservate in Italia rispetto al Veneto: la prima è di un chiaro incremento della deprivazione materiale; la seconda un livello di bassa intensità di lavoro che si mantiene sui valori elevati degli anni precedenti.

Pur calando, il potere d’acquisto delle famiglie venete ha mantenuto dei livelli elevati rispetto al target italiano e proprio per questo motivo non vi è stato un chiaro mutamento della condizione “assoluta” di povertà. In aggiunta il parziale recupero dell’occupazione durante le due fasi della crisi ha assunto maggior robustezza in Veneto (+1% la crescita nel 2011) che in Italia (fermatasi al +0,4%).

Quello osservato finora è solo frutto della prima recessione, sarà interessante capire quali conseguenze abbia portato con se la seconda recessione (2012-2013). Alla luce di quanto emerso dall’analisi ci si può concretamente attendere un peggioramento (sia dal lato della privazione, sia da quello della condizione occupazionale) del rischio di povertà anche in Veneto, che emergerà molto probabilmente dalle rilevazioni EU-SILC del 2013 e del 2014.

 

Per approfondimenti:

–     Riduzione del potere d’acquisto delle famiglie e caratteristiche economiche delle famiglie, Capitoli 1.1. e 4.3, Rapporto Annuale 2014, Istat, http://www.istat.it/it/archivio/120991

–     Eurostat, Indagine campionaria EU-SILC, Income and Living Conditions in Europe, strategia Europa 2020 http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/income_social_inclusion_living_conditions/introduction

 

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